Don Carlo

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Filippo II – bozzetto di Maurizio Balò

Don Carlo 
Opera in quattro atti
libretto di Achille De Lauzières Angelo Zanardini
musica di Giuseppe Verdi

Direttore d’Orchestra, Valerio Galli
Allestimento in coproduzione tra Fondazione Teatro Carlo Felice, Fondazione Teatro Regio di Parma e Auditorio de Tenerife “Adán Martìn
Regia, Cesare Lievi
Assistente alla regia, Ivo Guerra
Scene e costumi, Maurizio Balò
Assisitente ai costumi, Marianna Carbone
Luci, Andrea Borelli

Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice
Maestro del Coro, Franco Sebastiani

I cast nelle singole date

Filippo II, Re di Spagna, Riccardo Zanellato
Don Carlo, Infante di Spagna, Aquiles Machado, Naoyuki Okada
Rodrigo, Marchese di Posa, Franco Vassallo – Mansoo Kim
Il Grande Inquisitore, Marco Spotti
Un frate, Mariano Buccino
Elisabetta di Valois, Svetla Vassileva – Irene Cerboncini
La principessa Eboli, Giovanna Casolla
Tebaldo, Marika Colasanto
Conte di Lerma, Didier Pieri
Deputati fiamminghi, Ettore Kim, Roberto Maietta, Enrico Marchesini, Stefano Marchisio, Daniele Piscopo, Stefano Rinaldi Miliani

Le immagini dello spettacolo attualmente pubblicate si riferiscono all’edizione messa in scena nell’ottobre 2016 dalla Fondazione Teatro Regio di Parma, che ringraziamo.

Forse in nessun’altra opera come in Don Carlo Verdi ha concentrato tutti i temi portanti del suo teatro musicale: il potere, con i suoi onori e oneri, l’amore contrastato, al punto da essere un amore impossibile, il conflitto tra il mondo dei padri e quello dei figli, il popolo oppresso che rivendica la propria libertà. E una questione delicatissima tanto nell’epoca in cui è ambientato il libretto (l’Europa della seconda metà del Cinquecento) quanto in quella contemporanea a Verdi: la ragion di stato contro quella dell’altare –  da una parte l’Impero, insomma, e dall’altra la Chiesa. Filippo II, potentissimo re di Spagna, sposa in seconde nozze Elisabetta di Valois, per rinsaldare i rapporti del suo paese con la Francia. Ma Elisabetta era promessa al figlio di Filippo, Carlo, e continuerà ad amare il giovane, ardentemente ricambiata, di un amore che non può essere vissuto. La situazione genera un conflitto fortissimo, lacerante, tra il padre e il figlio, acuito dalle posizioni politiche di Carlo, Infante illuminato schierato dalla parte del popolo. Filippo arriva persino a progettare l’eliminazione fisica del figlio, con l’avvallo del Grande Inquisitore, figura inquietante già nell’aspetto fisico (cieco e nonagenario), degna di un graphic novel dalle atmosfere gotiche. Una vicenda tesa, come fatti che si susseguono e come dinamiche psicologiche in atto, dalla prima all’ultima scena. E con anche, alla fine, un tocco di sovrannaturale…

In una partitura in cui l’orchestra è protagonista non meno dei cantanti (e che, da questo punto di vista, apre la strada all’ultimo stile verdiano), i momenti memorabili, teatralmente e musicalmente, non si contano: “Ella giammai m’amò”, soliloquio in cui Filippo II da re diventa uomo come tutti nel momento in cui si rende conto di essere vecchio, solo e non amato dalla moglie; il dialogo tra Filippo e il Grande Inquisitore, incontro-scontro tra due bassi il cui colore scuro (e oscuro) è trattato da Verdi come l’incarnazione vocale delle rispettive autorevolezze; il duetto finale tra Carlo ed Elisabetta, mistico e visionario, in cui i due protagonisti si rendono conto che solo nell’immaginazione possono realizzare i desideri che la realtà nega loro. Un’opera potente, fiera, e, al tempo stesso, toccante e commovente: le emozioni del melodramma al loro apice.

Tratto dal dramma di Schiller Don Carlos, Infante di Spagna, il Don Carlo di Verdi debuttò all’Opéra di Parigi (in lingua francese) nel 1867 e fu poi sottoposto dall’autore a numerose revisioni in vista delle riprese italiane (Milano, Scala, 1884; Modena, Teatro Comunale, 1886). Al Carlo Felice va in scena in un allestimento in coproduzione con il Teatro Regio di Parma affidato al regista, poeta, traduttore e drammaturgo Cesare Lievi.

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