Turandot

Turandot 

Bozzetto di Elisabetta Montaldo

Bozzetto di Elisabetta Montaldo

dramma lirico in tre atti e cinque quadri libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
musica di Giacomo Puccini

Direttore d’Orchestra,  Giuseppe Acquaviva/ Alvise Casellati (20-21)
Allestimento Fondazione Teatro Carlo Felice
Regia, Giuliano Montaldo
ripresa da Fausto Cosentino
Scene, Luciano Ricceri
Costumi, Elisabetta Montaldo Bocciardo
Luci,Luciano Novelli

Orchestra, Coro e Coro di Voci Bianche del Teatro Carlo Felice
Maestro del Coro, Franco Sebastiani
Maestro del Coro di Voci Bianche, Gino Tanasini
Personaggi e interpreti:
Turandot, Norma Fantini – Tiziana Caruso
Calaf, Rudy Park – Mario Malagnini
Liù, Serena Gamberoni – Maria Teresa Leva
Timur, Mihailo Šljivić
Mandarino, Alessio Cacciamani
Ping, Vincenzo Taormina
Pang, Blagoj Nacoski
Pong, Marcello Nardis
Altoum, Max Renè Cosotti
Il Principe di Persia, Alberto Angeleri – Giampiero De Paoli – Antonio Mannarino
2 Ancelle, Alla Gorobchenko –  Annarita Cecchini – Simona Marcello

DEOS_definitivo_Pagina_1Mimi DEOS: Luca Alberti, Luisa Baldinetti, Filippo Bandiera, Emanuela Bonora, Fabio Caputo, Barbara Innocenti, Vanessa Locandro, Francesco Mascellani, Davide Riminucci

Per il cast vedere le singole date

Turandot, il testamento di Giacomo Puccini, è anche la sua opera più innovativa, quella con cui il compositore cercò di tenere il passo con ciò che di più avanzato stava accadendo nel teatro musicale europeo a lui contemporaneo (a partire da Richard Strauss), di cui era perfettamente a conoscenza grazie alla sua inesauribile curiosità musicale. Già l’argomento è inconsueto per Puccini: una fiaba “cinese” che i librettisti Giuseppe Adami e Renato Simoni trassero dall’omonima fiaba teatrale di Carlo Gozzi (1762), con protagonista non una donna reale, come Mimì, Manon o Butterfly, ma un’algida principessa che dispensa morte per due terzi dell’opera. Il nuovo, ultimo viaggio è talmente inconsueto che, per affrontarlo, Puccini si rimette a studiare: scova inedite suggestioni orientali diverse da quelle di Butterfly, meno ammalianti e seducenti, più aspre e dure. Scopre le possibilità espressive della dissonanza emancipata sperimentate da Schönberg. E si aggiorna sullo stile dei compositori italiani successivi a lui di una generazione, Malipiero e Casella in particolare. Il risultato è una partitura in cui l’orecchiabile “Nessun dorma” è controbilanciata da intere sezioni in cui l’orchestra assume il colore del ferro. E dove alle dolcezze vocali di Liù, la vittima che si sacrifica per il bene dell’amato principe Calaf, risponde il canto tortuoso di Turandot. O dove macchiette fumettistiche come i ministri dell’imperatore Ping, Pong e Pang sono subito sostituite da scene musicali di luminosità siderale. Una partitura che, per questi motivi, ha sempre esercitato su tutti, amanti e non di Puccini, un fascino quasi stregonesco.

Turandot andò in scena per la prima volta alla Scala il 25 aprile 1926. Dopo “Tu che di gel sei cinta”, intonato da Liù morente nel terzo atto, Toscanini depose la bacchetta annunciando al pubblico che l’esecuzione si fermava in quel punto per la morte dell’autore. Il completamento più eseguito è quello di Franco Alfano, basato sugli appunti originali di Puccini, ma dal 2001 esiste anche il finale di Luciano Berio, che è partito dagli stessi schizzi, interpretandoli diversamente. Al Carlo Felice l’estremo capolavoro di Puccini va in scena nell’ormai classico, applauditissimo allestimento di Giuliano Montaldo.

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