CARMEN – 6-9 luglio Teatro Carlo Felice

Durata del Balletto 514dKWsjKGL._AC_SX236_SY340_QL65_
 1ª parte 45 minuti
Intervallo 20 minuti
2ª parte 40 minuti
Tot 1 h 45 minuti circa

Balletto in due atti di Amedeo Amodio
dal racconto di Prosper Merimée
Coreografia e regia Amedeo Amodio
Direttore d’orchestra Alessandro Ferrari
Musica Georges Bizet
Adattamento e interventi musicali originali Giuseppe Calì
Scene e costumi Luisa Spinatelli
Assistente alla coreografia Stefania di Cosmo
Orchestra del Teatro Carlo Felice
Produzione Daniele Cipriani Entertainment

A causa di un infortunio al primo ballerino Davide Dato, il ruolo del protagonista Don José verrà interpretato  da  Amilcar Moret, che, per precedenti impegni, non potrà sostenere la recita serale di sabato 8 luglio delle 20.30 (turno L) che non verrà effettuata.
Per il recupero degli abbonamenti e dei singoli biglietti di sabato 8 luglio ore 20.30, la biglietteria del Teatro resta a disposizione da oggi, sabato 1° luglio, per la rideterminazione del posto sulle recite annunciate.

Ricordiamo gli orari di biglietteria : dal martedì al venerdì dalle ore 11.00 alle 18.00, sabato dalle ore 11.00 alle 16.00 ed un’ora prima di ogni spettacolo.

Intepreti:

Carmen, Alice Firenze*400
Don José, Amilcar Moret
Escamillo, Marco Lo Presti
e con:
l’ufficiale,Valerio Polverari
e
Elisa Aquilani, Emilio Barone, Andrea Caleffi, Sergio Chinnici, Valentina Chiulli, Umberto De Santis, Marco Fagioli, Ilaria Grisanti, Noemi Luna, Giulia Neri, Dennis Vizzini.

* ballerina dell’Opera di Vienna

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Al di là dell’escamotage del sogno, quella di Amodio è una Carmen molto mediterranea, calda, asciutta come i venti del sud, dal tocco deciso e sicuro. Lo si nota tanto dall’impianto coreografico quanto dalle scene scarne: due pannelli mobili che ricordano pareti in calcestruzzo sullo sfondo delle quali si muove tutta l’azione danzata. L’inizio e la fine del balletto sono invece connotate dal calare di un velario dall’alto, quasi a voler accompagnare lo spettatore nell’atmosfera onirica da cui prende piede la coreografia. La musica (adattata da Giuseppe Calì) rimane quella di Bizet. Questo adattamento comprende alcune fra le pagine più celebri del melodramma, facilitando così lo svolgimento tipicamente narrativo del balletto. Un esempio su tutti: allo strumentale dell’aria di Micaela («Je dis que rien ne m’épouvante») corrisponde un assolo per Micaela. Quasi in contrappunto con la vacuità della scena si stagliano i costumi di Luisa Spinatelli (che firma anche le scene) fra i quali emergono quelli creati per il comparto femminile; sgargianti, sui toni del rosso, dalla foggia chiaramente spagnoleggiante.


Eroina e santa alla stesso tempo la Carmen di Amodio 212 carmen ( alice firenze ) -300

Carmen affascina perché è una donna singolare: una zingara che vive ai margini della società e della legalità, bellissima, passionale, incantevole. Ed il suo fascino, oltre che da una sensualità sfacciata e provocatoria, viene da quello slancio vitale fortissimo, che non bada a regole e non si assoggetta ad alcuna autorità, anzi, proprio di questa non ha paura di farsi beffa. Per questo è un personaggio che ha affascinato Bizet che con la sua musica è stato in grado di enfatizzarne il suo spirito libero, il suo  modo irriverente, ma soprattutto il suo vivere nell’attimo. Ma Carmen non poteva passare inosservata anche ai grandi coreografi che dalla musica del compositore francese hanno trovato lo spunto per creare dei brandi balletti. La prima Carmen della danza fu marsigliese e fu Roland Petit a mettere le punte alla zingara di Mérimée e di Bizet. Il coreografo francese creò il balletto in un atto e cinque quadri per i Ballets de Paris con una fortunatissima prima rappresentazione il 21 Febbraio 1949 al Prince’s Theatre di Londra con lui stesso nei panni di Don José e la carismatica Zizi Jeanmarie in quello di Carmen. Il balletto fu un successo grazie all’interpretazione di Zizi che fece di Carmen il personaggio simbolo della seduzione teatrale. In un succinto costume nero, con le calze velate bianche, e un caschetto nero che sostituiva la classica acconciatura a chignon, Zizi muove una danza seducente, erotica e provocante.

244 carmen-300Un’altra grande Carmen fu Maja Plisetzkaja, uno dei più memorabili talenti interpretativi della storia del balletto la quale nel 1964, chiese al marito, il compositore russo Shchedrin, di comporre per lei una musica per balletto ispirata all’opera di Bizet. L’opportunità di realizzare il suo sogno le se presentò verso la fine del 1966, quando il Balletto Nazionale di Cuba, si fermò a Mosca per la tournée sovietica. In quell’occasione potette avvicinare Alberto Alonso, allora coreografo della compagnia, ed esprimergli la sua ambizione. Alonso accettò l’incarico e, tornato a Cuba, elaborò subito il libretto e, con il ballet Nacional, la coreografia, volando in Russia qualche mese più tardi per consegnare il lavoro nelle mani della Plisetzkaja. La prima di Carmen Suite andò in scena il 20 aprile del 1967 al Teatro Bolshoi di Mosca ma non incontrò purtroppo il favore delle gerarchie sovietiche, che ne vietarono le repliche, ma per fortuna in seguito ebbe il successo che meritava ed ad oggi Carmen Suite rimane un’opera molto conosciuta al pubblico grazie anche all’interpretazione della Plisetzkaya che come poche ha dato un spessore psicologico al personaggio.

Amedeo amodio

Amedeo Amodio

La Carmen di Amedeo Amodio è una Carmen tutta italiana, creata nel ‘95, per Aterballetto di cui Amodio era allora direttore, seppur rispettosa delle tradizioni, appare molto creativa. È ispirata ai fumetti di Corto Maltese di Hugo Pratt, pervasa di sapori spagnoli, il cui pretesto letterario poggia sulla dimensione onirica. È una Carmen che viene da una consolidata esperienza. Amedeo Amodio ha percorso i suoi e i nostri anni con coerenza, cambiando di continuo, con sottigliezza, misura ed eleganza, amando la sua arte, inseguendola nei cambiamenti, con uno scopo preciso ed evidente. L’obiettivo affiora decisamente in questo suo lavoro, ripreso, aggiornato, fresco, rispetto alla prima proposta del 1995, al Teatro Municipale Romolo Valli di Reggio Emilia per l’Aterballetto. In questa sua creazione Amodio ha cercato una strada nelle ombre, in un bel gioco di luci e di prospettive, che trovano gli alter ego dei personaggi avuti in prestito da Mérimée e Bizet. Ombre che possono scegliere un’indipendenza senza padroni né confini per aiutarci a capire che non siamo mai soli. La Carmen di Amodio è suadente, incalzante, colma di pudore, svela i “doppi” che noi tutti siamo tra realtà e ombre che ci abbandonano; e suggerisce il ritmo delle sensazioni audaci: temere l’amore se porta alla morte.

Amodio ci regala un’immagine della zingara diversa da quella di Petit e di Bizet, i cui piedi a volte in punta e a volte scalzi, la rendono magnificamente una donna dolcemente sensuale, piacevole, sfrontata, seducente e sedotta ma non più una peccatrice bensì un’eroina, una santa.

Francesca Camponero

 



Amedeo Amodio
“Ah, Carmen! Ma Carmen adorée!”. Sulle ultime note dell’opera si chiude il sipario.
In palcoscenico inizia lo smontaggio delle scene. A poco a poco il personale e quanti altri hanno assistito allo spettacolo da dietro le quinte, vengono catturati dai fantasmi del dramma appena trascorso e man mano, un gesto, una frase, uno sguardo li spinge ad immedesimarsi in ognuno dei personaggi, per puro caso. Sarà, dunque, per puro caso che Don José incontra Carmen, che rappresenterà per lui l’unico momento di vita autentica, intensa, ma anche quello della morte. A questo punto è tutto stabilito, meno il percorso o labirinto dei due destini ormai indissolubilmente legati. Così si potranno creare accostamenti scenici imprevedibili e surreali, ma sempre volti verso un’unica fine. Sarà comunque Carmen, profondamente consapevole dell’ineluttabilità del momento finale, a condurre il gioco trasgressivo ed eversivo, in un impossibile tentativo di sfuggire alla sua sorte. La scena, come la musica, si svuota durante lo svolgimento del racconto, fino a rimanere nel momento finale completamente scarna, desolata ad esprimere la “solitudine tragica e selvaggia” di una donna che cerca di affermare il proprio diritto all’incostanza.

Giuseppe Calì
Si dice che nell’attimo della morte tutti i momenti importanti della vita riaffiorino per rendere presente ancora una volta ciò che sta per essere irrimediabilmente perduto; soprattutto le grandi emozioni, i momenti d’amore, ritornano a celebrare se stessi in un ultimo anelito di attaccamento alla vita o a ciò che di essa ha rappresentato l’essenza.

Carmen vive una tragedia, quella di chi non può sopravvivere alle proprie trasgressioni ed anche la musica, a suo tempo, è stata sentita come trasgressiva e forse quasi blasfema; un flusso incontrollabile di sensualità portato nel luogo più borghese e meno trasgressivo della società tardo ottocentesca : il teatro. In questo lavoro di adattamento ho voluto restare il più fedele possibile all’originale di Bizet, mantenendo i brani delle suites già esistenti ed adattando le parti vocali nel modo più conforme possibile alla partitura dell’opera.

Solo alla fine, quando la tragedia diventa nostra, e di qualsiasi epoca, la musica di Bizet ritorna in forma di ricordo, uno sguardo sul passato, ed il dramma della cancellazione si consuma, si racconta e si trasforma nella musica in forma di esalazione progressiva dal suono al silenzio; un abbandono del tempo fino all’immobilità più totale.

Luisa Spinatelli
Reggio Emilia e il suo teatro “Valli”, Amedeo Amodio e la sua Carmen, un incontro nel palcoscenico vuoto nel fascino di uno spazio che con i suoi chiaroscuri ha accolto nella sua lunga storia chissà quante Carmen – ma Carmen, poesia, incantesimo, “formula magica” come il significato del suo nome, è ancora una volta presente. Nella nostra visione progettuale questa Carmen doveva poter agire in un rinnovato contesto che ha portato alla scelta dello spazio vuoto, con la sua astratta magia, quale contenitore attivo dell’evento drammatico. Spazio vuoto, filtrato attraverso un diaframma semitrasparente, che ripropone una realtà (il palcoscenico vuoto) solitamente nascosta allo spettatore. Alla visione di questo spazio si arriva attraverso un altro filtro che evoca simbolicamente il rosso del sipario d’opera. Dietro a questo sipario si è appena conclusa la tragica fine di Carmen, si smonta lo spettacolo e si ricompone una nuova situazione che, ricordando le parole di Merimée (“l’energia, anche se spesa in passioni funeste, suscita sempre stupore e una specie di ammirazione involontaria”), consentirà ad Amedeo di esprimere, attraverso forme e colori, l’essenza della sua visione poetica mediante le figurazioni che la danza suggerisce. Il mio apporto alla creazione di questo spettacolo si è, così, circoscritto all’individuazione di fogge per i personaggi che nella modernità del contemporaneo trovassero la loro ragione d’essere. Il supporto scenografico è pertanto affidato all’essenzialità del vuoto che acquista significato solo nelle sequenze dell’azione coreografica.




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