Lucia di Lammermoor – maggio-giugno 2018

Gaetano Donizetti

Direttore d’Orchestra Andriy Yurkevych
Regia Lorenzo Mariani
Scene Maurizio Balò
Costumi Silvia Aymonino
Luci Linus Fellbom
Videomaker Fabio Massimo Iaquone,  Luca Attilii
Nuovo allestimento in coproduzione Fondazione Teatro Carlo Felice – Fondazione Teatro Comunale di Bologna – Slovak National Theatre Opera – ABAO-OLBE di Bilbao

Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice
Maestro del Coro Franco Sebastiani

Personaggi e interpreti principali

Lucia  Elena Mosuc – da definire
Edgardo  
Andrea Bocelli – Luciano Ganci
Enrico  Stefano Antonucci – Federico Longhi
Raimondo Mariano Buccino – Alessio Cacciamani

Lucia di Lammermoor

Mentre veniva trasportata al di là della soglia, ella guardò giù e proferì le sole parole articolate che avesse pronunziato fin allora, dicendo con un ghigno di esultanza: – Allora, lo avete raccolto il vostro bello sposo?

Walter Scott, La sposa di Lammermoor, cap. XXXIV

Scozia, XVI secolo: Lucia, costretta, su pressione del fratello, a rinunciare a Edgardo, il suo vero amore, precipita nella follia, assassinando il marito il giorno delle nozze e morendo di dolore. Nessuna delle tante “scene della pazzia” che si incontrano nel teatro d’opera è realistica e toccante come quella del terzo atto della Lucia di Lammermoor, ispirata a un romanzo di Sir Walter Scott. Donizetti va oltre la convenzione, dando voce a quel disagio psichico che la psicoanalisi, poco più di mezzo secolo dopo (l’opera è del 1835), cercherà di comprendere e guarire. Una pazzia moderna: non quella epica di Orlando, iraconda, fatta di sguardi infuocati, urla animalesche e capelli strappati con le mani, “maschile” e a suo modo eroica; una follia al femminile, che si manifesta in insistiti gorgheggi, esili e filiformi. Come ha scritto Alberto Savinio, la pazzia di Lucia «è il soffio più sottile, più leggero, più aereo che si possa dare, e il più gelido, pure.» La regia di Lorenzo Mariani parte dal celebre quadro di Everett Millais, raffigurante Lucia che si sostiene al braccio di Edgardo: «Capisco dallo sguardo di lei – spiega il regista – un’anima che respira, dall’intimo, una trasparente bontà, ma troppo delicata e indifesa, pericolosamente pura, fino all’estremo.»